#110 Il coraggio di accettare ciò che non puoi cambiare
Scopri il terzo pilastro della mindfulness con Drive My Car.
Cara amica, caro amico,
in questo nuovo numero di Risveglia la tua essenza scrivo del terzo pilastro della Mindfulness: l’accettazione.
Un percorso di Mindfulness non è una scalata che dal basso conduce verso l’alto, attraverso sette scalini. La pratica della consapevolezza somiglia molto più a un tempio circolare, sostenuto da pilastri, che a una piramide: con la meditazione mindful non ci si prefigge di raggiungere l’illuminazione.
Negli scorsi numeri ho esplorato gli altri pilastri della Mindfulness.
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La fioritura sta nel processo, anziché nel risultato. Dipende poi molto dalla nostra natura: non tutte le piante sono destinate a fiorire, ma ognuna ha una funzione dignitosa nel cerchio della vita.
Se ti immagini come una pianta, puoi forse essere più disposto ad accogliere — e quindi ad accettare — anche la potatura, cioè lasciare andare la parte vecchia che non serve più. Potare significa prima di tutto accogliere ciò che accade nel nostro spazio interno, compreso il dolore.
Se fossimo automi, privi di emozioni e della percezione del dolore, gli eventi — anche i lutti — non avrebbero peso su di noi. Ma noi esseri umani non siamo razionali puri: ciò che ci accade, soprattutto quando è difficile, ci condiziona profondamente e genera sofferenza.
Come possiamo allora non alimentare questo ciclo, che spesso nasce dalla negazione del dolore? Tramite l’accettazione.
Come si pratica l’accettazione? Esercitandosi, anche sul tappetino, nella pratica della consapevolezza.
Proprio in questi giorni ho pubblicato un reel nato di pancia: sentivo il bisogno di raccontarmi e di rispondere a quelle (poche) persone che mi suggeriscono di cambiare lavoro per avere una maggiore stabilità e più sicurezza, magari dandomi all’insegnamento. Come se insegnare non dovesse essere una vocazione ma una scelta opportunistica.
Nel reel — che trovi alla fine di questo paragrafo — racconto di aver attraversato un momento di esaurimento durante la mia carriera, causato non tanto dall’instabilità o dalla mancanza di certezze, quanto dalla mole di lavoro che mi portava a trascorrere la maggior parte del tempo davanti a uno schermo, riducendo al minimo il contatto umano che dovrebbe essere la linfa del giornalismo.
Con culturaeculture.it vivevo in Irpinia per contenere i costi, ma lavoravo sulla cultura nazionale attraverso una rete di collaboratori distribuiti in tutta Italia. Non è stato facile accettare di non riuscire più a sostenere quella modalità di lavoro, che stava restringendo troppo il mio campo vitale, eppure ho dovuto farlo per salvaguardare la mia salute psicofisica.
La posta in gioco, a dir la verità, non era altissima: il modello di business stava cambiando. La resistenza nasceva dal fatto che avevo investito molte energie e risorse in un progetto che avevo amato profondamente.
Mi sono rimessa in sesto attraverso piccole azioni concrete: adottare un cucciolo di cane, imparare a cucinare in modo sano. La cucina è diventata un hobby gratificante. In realtà stavo facendo Mindfulness attraverso il cibo, senza saperlo.
A gennaio 2016 mi sono iscritta, insieme a mio marito, alla scuola di Naturopatia dell’Istituto Riza di Medicina Psicosomatica e, mentre frequentavo le lezioni, sono rimasta incinta.
L’anno in cui è nato Emanuele mi sono diplomata: un traguardo importante. Riza mi ha insegnato a respirare e a prendermi cura di me stessa, accettando anche il mio lato ombra e ciò che faticavo ad accogliere: paura, tristezza, rabbia, confusione, la vergogna di quello che io sentivo come un insuccesso.
Alla Mindfulness ci sono arrivata in punta di piedi, un passo alla volta: prima tramite Riza — che ce la faceva praticare senza dircelo — poi attraverso un corso internazionale di Mindfulness Educator che mi ha dato la qualifica di facilitatrice. Ora sto studiando per ottenere ulteriori strumenti come insegnante.
Ti racconto tutto questo non per autocelebrarmi, ma per aiutarti a comprendere meglio il concetto di accettazione.
Ho dovuto accettare che il mio percorso da giornalista non fosse come lo avevo immaginato. Mi ero sempre vista come una donna emancipata, direttrice di un magazine di successo alla Miranda Priestly. In realtà sono più simile a una poetessa dei luoghi, a una reporter che racconta la propria terra aiutando le persone a connettersi con se stesse attraverso la cultura, per riscoprire l’anima dei luoghi con gentilezza, non giudizio, pazienza e accettazione.
Vivo in Irpinia, un territorio che dopo il sisma è stato spinto verso l’industrializzazione a tutti i costi. L’anima degli irpini, però, è diversa. Non esserne consapevoli ha generato sofferenza — oggi stiamo vivendo una nuova ondata di spopolamento — che forse sarebbe stata evitabile attraverso ascolto e conoscenza.
Drive my car
Oggi pomeriggio ho meditato nella mia auto: una Fiat 500 rossa, a cui sono molto legata. L’automobile ha una profonda simbologia, perché è il luogo che il nostro inconscio associa al movimento e al controllo della nostra vita, intesa anche come capacità di autonomia.
Nel film giapponese Drive My Car, il protagonista si chiama Yusuke: è un attore e regista teatrale che, due anni dopo la morte della moglie, riceve l’offerta di dirigere uno spettacolo a un festival teatrale a Hiroshima. Gli organizzatori, però, gli proibiscono di guidare la sua automobile nel tragitto dall’albergo al teatro, dove si svolgono le audizioni e le prove.
Anni prima si era verificato un incidente e si è deciso di assegnare ai registi e ai partecipanti un autista. Yusuke è riluttante, perché far guidare a un’altra persona la propria auto significa stravolgere le abitudini e quindi lasciare andare il controllo. L’automobile, per lui, è uno spazio protetto dove può recitare ascoltando le audiocassette con la voce registrata dalla moglie. La recitazione in macchina è un rito che gli serve per controllare il dolore.
Alla fine accetta, suo malgrado.
A guidare è una ragazza di ventitré anni, dall’andatura tranquilla, che non so per quale strana ragione mi ha ricordato molto Susie Myerson della serie La fantastica signora Maisel.
Drive My Car descrive il processo di una doppia guarigione che passa attraverso l’accettazione di un dolore rimasto sommerso sotto una coltre di ghiaccio. Le immagini aiutano a sentire le emozioni: il mare di Hiroshima, all’inizio, è immerso in un’immobilità innaturale; ma, procedendo verso il finale, la calma apparente — costruita sul controllo del dolore — perde intensità, lasciando emergere emozioni irruenti che possono però essere trasformate tramite il teatro, che diventa lo strumento e il luogo della catarsi per antonomasia.
Come per Yusuke e la sua autista, anche per me la fioritura non sta nel raggiungimento di un successo sperato. Fiorire, per me, è accogliere ogni mia stortura, ogni mio dolore ed ogni evento ad esso associato che non posso cambiare.
Il regista Ryusuke Hamaguchi ha creato un piccolo gioiello che vale davvero la pena vedere.
Tornano gli eventi primaverili
Accettare non significa sopportare né rassegnarsi. Significa abbracciare la vita così com’è, con le sue storture e i suoi momenti di stasi. Accogliere ciò che capita, senza cieca rassegnazione. Sentire l’onda d’urto quando arriva, con tutto il nostro essere e con tutti i sensi. Questo è il vero risveglio di primavera.
Il 22 marzo terrò il primo evento del 2026 in una location speciale: Le Rosse di Bosco a Mirabella Eclano (Avellino). Ci incontreremo per fiorire insieme. Presto riceverai tutti i dettagli; nel frattempo, se ancora non lo hai fatto, puoi iscriverti al piano premium della newsletter. Con 55 euro all’anno sosterrai il progetto (trovi i dettagli su Risveglia la tua essenza) e avrai accesso all’area riservata del sito, dove potrai sperimentare sulla tua pelle la magia del vivere Mindful, con meditazioni guidate e tanto altro. Ti aspetto.
E grazie in ogni caso.
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Maria




